Tassazione Royalty Marchio 2026: paghi davvero meno Tasse?

Cresce l’interesse verso l’utilizzo dei marchi come strumento di pianificazione fiscale, in particolare attraverso la percezione di royalties derivanti dalla concessione in licenza del proprio marchio.
La promessa? Un possibile vantaggio fiscale e un sensibile risparmio in termini di imposta. Ma è davvero tutto così semplice?
Sempre più società e persone fisiche valutano la possibilità di registrarne uno e poi concederlo in uso per ottenere royalties deducibili o con una tassazione agevolata.
Tuttavia, dietro l’apparente opportunità si nasconde una realtà più complessa: il trattamento fiscale delle royalties può variare notevolmente in base alla struttura, al contratto di licenza e all’effettivo sfruttamento del marchio.
In alcuni casi, infatti, il fisco potrebbe interpretare le operazioni come elusive, con conseguenze rilevanti in termini di tributi e sanzioni.
In questo articolo analizziamo se conviene davvero puntare sulle royalties da marchio e a chi può essere utile farlo.
Indice della Guida:
- Cosa sono le royalties da marchio e perché se ne parla tanto?
- Come funziona la tassazione delle royalties
- Esempio pratico vantaggio fiscale delle royalties
- Registrare un Marchio: Vantaggi e Rischi Nascosti
- Hai capito come calcolare la tassazione royalty sul marchio?
Cosa sono le royalties da marchio e perché se ne parla tanto?

Le royalties da marchio sono compensi che il proprietario di un marchio registrato riceve quando concede ad altri soggetti, persone fisiche o società, il diritto di utilizzare il marchio attraverso un contratto di licenza.
In pratica, è una forma di cessione in uso che permette al titolare di monetizzare un bene immateriale, spesso legato al valore commerciale o alla reputazione del proprio brand.
Questo tema è tornato al centro dell’attenzione, soprattutto per i potenziali benefici fiscali che derivano dallo sfruttamento di questo tipo di asset immateriale.
Con una corretta registrazione del marchio e una gestione conforme alla normativa, le royalties percepite possono diventare uno strumento di pianificazione fiscale, in grado di ridurre il carico fiscale complessivo.
Tuttavia, l’aumento dei casi in cui viene registrato a titolo personale e poi concesso in licenza alla propria azienda ha attirato l’interesse dell’Agenzia delle Entrate, sollevando dubbi sull’effettività dell’uso e sulla finalità di alcune operazioni.
Come funziona la Tassazione delle Royalties

Dal punto di vista fiscale, le royalties derivanti dai marchi sono considerate redditi da sfruttamento di beni immateriali.
Il titolare, ovvero il soggetto che detiene i diritti sul marchio stesso, può decidere di:
- Concedere in uso il marchio a terzi (persone fisiche o giuridiche);
- Stipulare una licenza di sfruttamento commerciale;
- Ricevere un compenso periodico, definito appunto royalty.
Il trattamento fiscale delle royalties dipende dalla natura del soggetto che le percepisce e dagli obblighi dichiarativi e documentali previsti per ciascun caso:
- Se si tratta di una persona fisica, le royalties possono rientrare tra i redditi diversi e sono soggette a ritenuta d’acconto, con particolari criteri di tassazione;
- In alternativa, se le percepisce una società, le royalties sono classificate come ricavi d’impresa, soggetti a tassazione ordinaria, ma con possibilità di deducibilità dei costi correlati.
Queste differenze incidono in modo significativo sul carico fiscale e sulla strategia da adottare per sfruttare il valore del brand sotto il profilo fiscale.
Il concetto fiscale di reddito da royalty
Nel nostro ordinamento, il reddito da royalty è tassato come reddito diverso o reddito d’impresa, a seconda del contesto.
Quando una persona fisica, non in possesso di partita IVA come imprenditore, detiene un marchio e ne percepisce royalties, questi compensi vengono generalmente considerati redditi diversi.
In tal caso, l’importo ricevuto è soggetto a ritenuta d’acconto da parte del soggetto che effettua il pagamento, secondo quanto previsto dalla normativa fiscale.
Questo significa che una parte della somma viene trattenuta direttamente alla fonte come anticipo delle imposte dovute, e dovrà essere dichiarata in sede di dichiarazione dei redditi.
La percentuale di tassazione dipende anche da come viene stipulato il contratto e da quanto questo asset immateriale può essere considerato effettivamente sfruttato.
Al contrario, quando il marchio è parte del patrimonio aziendale ed è correttamente formalizzato a bilancio, le royalties sono incluse tra i ricavi d’impresa e quindi soggette a IRPEF o IRES e IRAP, con possibilità di deducibilità dei costi collegati.
Differenze tra persona fisica e società
Una delle principali distinzioni fiscali riguarda proprio la qualifica del titolare del marchio.
Se a registrare il proprio marchio è una persona fisica, e lo cede in uso a una società di cui è socio o amministratore, si entra in un’area particolarmente delicata.
Il marchio a titolo personale può generare royalties percepite da una persona, ma l’Agenzia delle Entrate valuta con attenzione quando il marchio viene registrato con l’unico fine di abbattere il carico fiscale, ad esempio trasformando una parte di utile societario in royalty deducibile.
In questi casi, l’utilizzo del marchio da parte della società deve essere concreto, documentato e corrispondere a un reale valore economico.
Le società, invece, possono calcolare le royalties come costo deducibile, purché il contratto sia valido e le condizioni siano di mercato, come stabilito dal Codice Civile e dalla prassi fiscale.
Inoltre, in caso di registrazione di un marchio d’impresa, la società può iscriverlo a bilancio come immobilizzazione immateriale, contribuendo così alla valorizzazione del proprio attivo.
Trattamento fiscale in Italia
Il quadro normativo italiano in tema di tassazione delle royalties non ha subito stravolgimenti formali, ma l’approccio dell’amministrazione finanziaria è diventato decisamente più analitico.
In particolare, si presta maggiore attenzione a:
- Gestione delle royalties, con focus sulla tracciabilità e corretta contabilizzazione;
- Effettività dei rapporti tra titolare del marchio e licenziatario, per evitare operazioni meramente formali;
- Rischio di doppia tassazione, soprattutto in caso di operazioni transfrontaliere o licenze con soggetti esteri.
È fondamentale dimostrare che l’utilizzo genera un reale vantaggio economico e che le royalties pagate riflettano un valore effettivo, concreto e non fittizio.
Non basta più la sola registrazione, è necessario disporre di:
- Una certificazione concreta dell’effettivo utilizzo;
- Un contratto di concessione ben strutturato;
- Una logica economico-fiscale coerente a supporto della licenza concessa.
In sintesi, sfruttare il marchio per ottenere un risparmio fiscale è possibile, ma solo se si rispettano le condizioni sostanziali e formali previste dalla normativa vigente.
Altrimenti, si rischia che l’uso del proprio marchio venga considerato strumentale, e che le royalties non siano considerate deducibili, esponendo il contribuente a recuperi d’imposta e sanzioni.
Esempio pratico vantaggio fiscale delle royalties

Di seguito presento un breve quadro comparativo sulle diverse modalità di remunerazione di un socio/amministratore di S.r.l. (compenso amministratore, royalties su marchio registrato, distribuzione di dividendi). Gli importi e le aliquote sono indicativi e non tengono conto di eventuali normative specifiche.
Nota bene: quanto segue non costituisce consulenza legale o fiscale e ha un mero scopo esemplificativo.
1) Compenso da amministratore
- Esempio: compenso lordo di 22.000 euro.
- IRPEF (23%): 5.060 euro.
- Contributi previdenziali (34% in totale): 7.480 euro, di cui un terzo (2.493 euro) a carico dell’amministratore e i restanti due terzi a carico della società.
- Reddito netto per l’amministratore: 22.000 – 5.060 – 2.493 = 14.447 euro.
Questo scenario evidenzia un prelievo consistente tra imposta sul reddito e oneri previdenziali, riducendo il netto dell’amministratore.
2) Royalties su marchio registrato
- Esempio: 22.000 euro di royalties.
- Base imponibile ridotta (75% dell’importo, per chi ha più di 35 anni): 16.500 euro.
- IRPEF (23%): 3.795 euro.
- Contributi previdenziali: generalmente non dovuti come nel caso del compenso da amministratore (salvo disposizioni particolari).
- Reddito netto: 22.000 – 3.795 = 18.205 euro.
A parità di somma lorda erogata, questo trattamento comporta una minore imposizione complessiva e un netto più elevato per il percepitore.
3) Distribuzione dei dividendi
- Data di partenza: ricavi 450.000 euro, costi 350.000 euro, quindi utile lordo 100.000 euro.
- Tassazione societaria:
- IRES (24%): 24.000 euro,
- IRAP (3,9%, stima): 3.900 euro,
- Totale imposte: 27.900 euro.
- Utile al netto delle imposte: 100.000 – 27.900 = 72.100 euro.
- Dividendo corrisposto: 22.000 euro.
- Tassazione dividendo (26%): 5.720 euro.
- Netto al socio: 22.000 – 5.720 = 16.280 euro.
Pur offrendo una forma “classica” di remunerazione, i dividendi scontano un’aliquota fissa del 26% per il socio, oltre alle imposte già versate a monte dalla società.
4) Royalty in luogo dei dividendi
- Nuovi costi societari: 350.000 + 22.000 = 372.000 euro.
- Utile: 450.000 – 372.000 = 78.000 euro.
- Tassazione su 78.000:
- IRES (24%): 18.720 euro,
- IRAP (3,9%): 3.042 euro,
- Totale imposte: 21.762 euro.
- Risparmio per la società rispetto all’ipotesi dividendo: 27.900 – 21.762 = 6.138 euro.
- Netto al percettore con royalties: 22.000 – 3.795 (IRPEF ipotizzata al 23% sul 75% dell’importo) = 18.205 euro (contro i 16.280 euro netti del dividendo). Il beneficio personale è quindi di 1.925 euro in più.
- Vantaggio complessivo (società + persona fisica): circa 6.138 + 1.925 = 8.063 euro.
Conclusioni sui benefici fiscali
Questi esempi mostrano come, a parità di importo lordo erogato, i diversi canali di remunerazione possono generare effetti fiscali e previdenziali notevolmente diversi.
In alcuni casi, soprattutto con marchi regolarmente registrati, l’uso delle royalties può risultare più vantaggioso rispetto al compenso tradizionale o alla distribuzione di dividendi.
È importante, tuttavia, valutare il caso per caso con l’assistenza di un professionista fiscale, poiché le normative vigenti (incluse aliquote e condizioni contributive) variano e possono influire in modo decisivo sul risultato finale.
Registrare un Marchio: Vantaggi e Rischi Nascosti

Registrare un marchio può aprire a interessanti opportunità fiscali, ma non sempre è la strada migliore.
Nei prossimi paragrafi vedremo quando conviene davvero farlo, quali scenari possono essere considerati elusivi dal Fisco e quali alternative più sicure esistono per una pianificazione fiscale efficace e sostenibile.
Quando conviene registrare il marchio?
Registrare il marchio può essere una mossa strategica, soprattutto per chi intende tutelare un’identità commerciale e allo stesso tempo generare un flusso di reddito passivo attraverso la concessione in uso.
In molti casi, il titolare può stipulare un contratto di licenza a favore di una propria società o di terzi, consentendone l’uso in ambito commerciale, promozionale o produttivo.
In questo modo percepisce una royalty proporzionata al valore generato dall’attività.
Questa pratica è particolarmente diffusa tra professionisti e imprenditori privati che hanno sviluppato un brand aziendale o personale riconoscibile, o che sono già titolari di un marchio registrato.
Quando concesso in uso tramite un contratto ben strutturato, può offrire diversi benefici:
- Tutela legale del segno distintivo;
- Opportunità di monetizzazione tramite affitto o licenza;
- Potenziale ottimizzazione fiscale, se le royalties sono percepite in modo conforme alle norme.
Inoltre, la registrazione del marchio può aumentare il valore dell’impresa, rafforzare la posizione sul mercato e facilitare operazioni di sponsorizzazione o partnership.
Ma è davvero così conveniente?
Casi in cui la registrazione può essere considerata elusiva
Non sempre registrare un marchio è sinonimo di vantaggio. Esistono situazioni in cui l’operazione può assumere un carattere elusivo, attirando l’attenzione dell’amministrazione finanziaria.
Un esempio emblematico, ripreso dalla giurisprudenza e pubblicato da FiscoOggi, riguarda il caso in cui un imprenditore abbia donato inizialmente il marchio a un parente, per poi farlo concedere in licenza alla propria azienda.
Le royalties derivanti dal possesso di quel marchio sono state pagate subito dopo la donazione, in assenza di un reale passaggio economico o di un’autonoma creazione del marchio da parte del nuovo titolare.
In casi simili, l’Agenzia delle Entrate può ritenere che:
- La concessione in licenza del marchio sia priva di una logica economica concreta;
- La registrazione sia avvenuta solo per ottenere un vantaggio fiscale indebito;
- Il soggetto che percepisce le royalties non sia un reale operatore, ma un prestanome utile solo a spostare il reddito.
Quando il marchio deve essere registrato a nome di un soggetto diverso solo per farlo rientrare in un sistema di royalties non soggette a tassazione ordinaria, si può configurare un comportamento artificioso.
E sebbene questo garantisca diritti esclusivi, non protegge automaticamente da verifiche fiscali, specialmente in assenza di reali attività di sfruttamento o promozione del brand.
In sostanza, non è sufficiente adempiere all’obbligo formale di registrazione: occorre dimostrare che il marchio abbia una funzione concreta e che il suo utilizzo sia coerente con l’attività svolta.
Alternative più sicure per la tua pianificazione fiscale
Il messaggio è chiaro: il proprietario del marchio può ottenere vantaggi reali, ma solo se l’operazione è concreta, documentata e priva di forzature.
Quando le royalties non sono soggette a una corretta valutazione economica o a un contratto coerente, il rischio di contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate è alto.
In alcuni casi, ciò che sembra un vantaggio si trasforma in un boomerang: il titolare riceve somme che, invece di essere tassate in modo agevolato, vengono riqualificate, con tutte le conseguenze del caso.
L’obbligo non è solo quello di registrarlo, ma di dimostrare l’effettivo utilizzo e la reale funzione economica della concessione in licenza, altrimenti il vantaggio fiscale potrebbe essere escluso.
E le tasse con le royalties, anziché diminuire, potrebbero aumentare.
Hai capito come calcolare la tassazione royalty sul marchio?
Per chi vuole davvero costruire un’attività solida e ottimizzata anche sotto il profilo fiscale, esistono strade più efficaci e sostenibili.
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Scoprirai quando una strategia funziona, quando è rischiosa, e come evitare errori comuni nella gestione delle royalties.
Approfondiremo questi temi nella nostra newsletter e nei prossimi articoli, dove analizzeremo nel dettaglio il trattamento fiscale delle royalties nelle diverse configurazioni societarie e personali.
Ti mostreremo soluzioni alternative e legittime per ottenere un vantaggio fiscale concreto e non solo apparente.
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Valentino Mea
- Imprenditore ed esperto di Search Marketing dal 2009, General Manager di Millionaire Consulting FZCO.
- Ha gestito migliaia di progetti SEO e Google Ads per aziende nazionali e internazionali, aiutandole a costruire business online sostenibili e redditizi.
- Intervistato da RAI 3 nel Gennaio 2025 come voce autorevole del settore. Guarda l’intervista.
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